Michael O’Leary

Michael O’Leary, amministratore delegato di Ryanair, conferma che la compagnia irlandese low cost pagherà circa 2 milioni di euro per restare in Italia.

Il comma 1 dell’articolo 38 del decreto Crescita 2.0 del governo Monti, coinvolge infatti anche Ryanair, che a partire dal 2013 sarà obbligata a pagare tasse e contributi in Italia proprio come tutte le altre imprese che operano sul territorio italiano.

Il decreto definisce cosa si debba intendere per “base aerea”: “locali e infrastrutture dove si esercita in modo stabile e continuativo l’attività di trasporto aereo avvalendosi di lavoratori dipendenti”. Ryanair invece ha sempre sostenuto di non aver mai avuto un solo dipendente basato stabilmente in Italia (ma solo di passaggio), eludendo di fatto la tassazione sui lavoratori dipendenti.

Adeguarsi a questa definizione di “base aerea” comporterà per Ryanair il sostenimento di una tassazione per i nuovi assunti, che, stima O’Leary, non dovrebbe costare più di 2 milioni di euro. Non abbastanza per far pensare al colosso irlandese dei voli low cost di abbandonare l’Italia.

Il dubbio sulla volontà di restare nel nostro paese era venuto a più di qualcuno dopo che da qualche tempo la compagnia irlandese aveva iniziato a ridurre la propria presenza in Spagna per via del raddoppio delle tasse aeroportuali.

In Italia però la concorrenza, Meridiana e Alitalia in testa, polemizza con il vettore low cost accusandolo di concorrenza sleale. Ryanair usufruisce infatti di contributi pubblici per lo sviluppo del traffico aereo nel nostro paese (solo dalla Puglia percepisce circa 12 milioni di euro all’anno).

La compagnia si difende d’altra parte coi numeri: tutti gli aeroporti dove opera vedono il proprio giro di passeggeri e affari crescere nel tempo.