Palazzo della cultura

Varsavia è il cuore, il ricordo e l’emozione. L’incoscienza di arrivarci senza sapere cosa aspettarsi con nella mente l’immagine di un Mondiale lontano, la maglia sudata e i calzoncini corti, dal nome impronunciabile, tutti bianco e rossi. Warszawa ti accoglie con le sue consonanti, le strade d’inverno e i lunghi viali.

Papaveri rossi su schiere di casermoni, due occhi di donna che ti han legato ai ricordi, un fiume dall’alto che ti spiega i tramonti, passeggiate tra i parchi e un viale d’Ambasciate.

Uno stage di vita che non ti programmi, un dormitorio studentesco di feste ed amici. Le mattine per strada, fra storie e racconti, i respiri nel cielo ed il freddo pungente. Varsavia è un patto siglato nel gelo, brindato con wodka bavero e pelo.

L’ Aquila sovrasta una stazione spoglia di fronte al Palazzo della Cultura, tutto attorno, nell’aria intirizzita, odore di sbornia ai pensieri ed alla vita.

Varsavia ti intriga, acqua e sapone, tra sguardi rubati incrociati nella metro e note di piano tra le piazze di vetro. Varsavia orientale è musica e romantica.

Il cuore di Chopin bette forte nel Parco; nei caffè letterari giovani poesie ti riscaldano i piedi sommersi di neve. La Statua di Copernico proietta stare miasto fin dentro il castello della città vecchia; l’inverno è lungo, ma non vuoi che finisca.

Varsavia è giovane, bionda, dinamica; un rosario sgranato alla modernità importata, un muro di fiori, su un ghetto raccontato. Varsavia è notturna, disco e locali ma soprattutto mamme con passeggini ed altari.

Strette di mano che ti spezzano il pane, Varsavia vibrante ti accompagna d’incanto: il vento, i ricordi e le stagioni dell’anno, non esiste un inizio, non esiste una fine.